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giovedì 6 maggio 2010

5 maggio

L’Unità d’Italia?
C’è mai stata?
Qualcuno si è spinto oltre.
Qualcuno dice che lo sterminio degli ebrei, non c’è mai stato.
L’Unità d’Italia, non c’è mai stata.
Siamo un popolo individualista, noi. Lo siamo sempre Stati. E mo c’è Bossi che vuole il federalismo. E Berlusconi che comanda tutto lui. Il mio computer è così vecchio che non riconosce il nome Berlusconi. È sottolineato di rosso. Soddisfazioni!


È stata una giornata tranquilla. Piacevole. Sono anche riuscita a intrattenere due conversazioni più lunghe della media con mia madre. Soddisfazioni! Sono relativamente tranquilla? Non lo so…
Il mio problema è che non affronto mai i problemi. E’ molto più semplice e piacevole salire in macchina premere l’acceleratore tornare a casa scolarsi una bottiglia di vino andare a puttane che… fermarsi, parlare, discutere, spiegare, tentare di farsi capire, agitarsi, piangere, disperare.
Poi magari ci pensi e ci stai pure di merda…ma butti il cuore giù con un sorso di Peroni.

Almeno ogni giorno penso a tante di quelle persone. Non sono una buona amica, per esempio. Sparisco. Rifiuto gli inviti. Me ne vado senza un se e senza un ma. Non ti telefono. Non ti mando cartoline. Però li penso tutti. Che bisogno c’è di parlare?
Eh!

Ho sempre quei chiodi gli stessi nella testa. Come tutti. Quei due o tre pensieri che ti porti dietro da una vita. Ti porti? Già non ce la fai più. In questo genere di cose, invece, non si può sfuggire. Nemmeno io. Puoi pure premerlo l’acceleratore. A meno che la testa non te la tagli e la lasci per ricordo al tuo cane, non puoi sfuggire a quei tarli maledetti dei pensieri!

E non contribuisco all’Unità d’Italia.

Morning!

Laila sotto la finestra che si fa inzuppare dai raggi di sole.
La lavatrice che ci da dentro centrifugando
Billo che ci da dentro ingoiando peli
Ed io che dovrei darci dentro.
E pure fuori, volendo.

Devo darmi una calmata.
Nella mia poca attività accumulo radio-attività.

E quando meno me l’aspetto
Reazioni strane.
Violente nel loro piccolo.
E non va bene.

Non va mai bene.

Passa-Tempo

Dirsi
Obbedienti
Viceversa
Essere
R
E

E

Restare
Essere
Sobri
Puliti
Onorevoli
N
S
A
B
I
L
I
T
A

lunedì 26 aprile 2010

25 aprile

Oggi mi sono svegliata presto. Nonostante abbia chiuso metà dell’infisso il sole con prepotenza mi ha svegliata. E non sono riuscita a dirgli di No. Non mi sono neppure lavata. Mi sono vestita e sono andata a bere un caffè. Poi ho comprato il giornale e mi sono seduta su una panchina all’ombra. Si è avvicinato un signore e mi ha chiesto se poteva sedersi vicino a me. Con piacere gli ho fatto posto, seppur la mia fosse l’unica panchina occupata. Abbiamo cominciato a parlare, ci siamo presentati, abbiamo parlato del caldo, del più e del meno, delle sue origini siciliane e della Basilicata. Mi ha chiesto il numero di telefono e se qualche volta mi andava di andare a casa sua.
“Mai perdere fiducia negli esseri umani, il giorno che accadrà sarà un giorno sbagliato” diceva Servillo ne Le Conseguenze dell’amore. Ci ho sempre creduto. Ci credo e non voglio smettere di crederci ma…

L’estate oggi pare proprio arrivata. Sono seduta ad un tavolo all’aperto e mi hanno appena servito un campari-gin. Ho camminato circa due ore, a vuoto. Sento il caldo appiccicoso sulla pelle. Sono a mio agio, stranamente. Sono seduta in mezzo ad altra gente e non me ne curo. Ho dimenticato il mio blocchetto e scrivo sul dorso de La Nausea. Di fronte a me un ragazzo sulla trentina. Non è bello. Ha quel qualcosa, però, che stuzzica la mia fantasia. Imbocca lentamente un ragazzo down sulla sedia a rotelle che continua a sbrodolarsi. Lo pulisce con cura. Gli legge e commenta le notizie del giornale. C’è qualcosa di estremamente dolce e buono nelle sue mani.

Mentre me ne sto qui ad osservare la gente e le cose che fanno il loro corso, non posso non pensare a come sarebbe la mia vita se non fossi una gran testa di cazzo, se ci fosse papà, se mamma lavorasse, se non avessi bisogno di lavorare, se non dovessi sudare ogni mese per far quadrare i conti che non quadrano mai. Magari oggi con questa testa riuscirei ad andare a lezione. A starmene davanti qualche bar a fotografare il mondo. Chissà…
Credo di aver perso il treno del mio futuro. Del MIO futuro. Eh già… credo che non sarò mai felice. Ma non dispero. Servirebbe?

Tuta/Muta

Fumo sulla mia sagoma
Indosso la mia tuta dell’invisibilità



E vado a comprare le sigarette.

venerdì 9 aprile 2010

DUBBUD

Vabbbbene così.
Fin quando campo
Voglio vivere così.

Ci divertiamo tanto a filosofeggiare
Frikkettoni del mio culo
E poi?
Master
Cravatte
Tutti così alla fine
Non bevo più
Mi sposo
Sono incinta
Abortisco in Puglia

Ma tanto dovete morire!

Vabbbbene così.
Fin quando campo
Voglio vivere così.

Nelle puntate precedenti

Ho passato tutto marzo ripetendomi che dovevo scrivere. Dovevo fermarmi, cazzo. A definire, mettere in fila un pensiero sensato. Una conclusione. Una risposta. Un meraviglioso regalo!
Niente da raccontare. Nessuna voglia di raccontare.

Marzo strano. Grigiastro. Penso proprio che lo butterò via. Fingerò che non ci sia mai stato. Marzo di Fulvia che tenta di riassemblarmi. Ha salvato la mia dentatura e tenta di salvare anche tutto il resto. Che in me non va. Domani dovrei andare da una sua amica luminare omeopata. Quando Fulvia ha insistito affinché ci andassi mi sono lasciata convincere da quella fottuta vocina buona che mi diceva fai qualcosa per te fai qualcosa per te. Ma non voglio più andarci. Cosa dovrei dirle? Preferisco farmi tirare tutti i denti ascoltando Immigrant Song dal mitico dentista. L’omeopata esige uno sforzo ben più grande. Oltre a tenerla spalancata, quella bocca, dovrei (e)mettere parola dopo parola in fila pensieri che nella mia testa in fila non lo sono per niente. Non ci andrò.

Non andare a lavoro è diventato un rito settimanale. Si accettano scusanti plausibili e non plausibili, è uguale, perché le ho usate tutte. Anche mia madre l’ha capito. “Ti sto chiamando in ufficio. Perché non rispondi?”. Problemi. Telefonate pesanti, soldi, cazzi vari, zie. Marzo che mi fa stare tirata come una molla. A cazzi miei. Quando so essere una mazzate sulle palle. Non va bene per gli altri, ovvio. E non va bene per me, perché convivo con claustrofobiche sensazioni. Rutto rabbia e voglia di fare a pezzi il cielo, di strappare lampioni come fossero margherite, scorticare le strade… quando ti sembra che il mondo si stia prendendo gioco di te. E vorrei zittirlo con tutte le mie forze…

E poi è arrivata sta maledetta primavera. Che fretta c’era?

I miei vuoti di memoria fanno rosicare la Total per quanto sono profondi. Scene che si dissolvono totalmente. Che al buio stringendo gli occhi cerco di ripescare ma…

Faccio strani sogni. Agglomerati di facce conosciute e pensieri tristi che mi porto dentro. Persone alla quale dovrei parlare. Persone alla quale vorrei parlare. Vecchie immagini, film di vera e propria fantascienza. Sarà che ho tolto il piumone. O sarà che devo vomitare. In ogni caso non ho molta voglia di rispondere a domande. È sempre questo il cazzo. Neppure più alla mia coscienza rispondo… coscienza pazienza che non mi appartengono.

martedì 16 marzo 2010

M'Arzo Pazzerello

Dopo un febbraio corto, pieno, gustoso, succoso eccetera eccetera, marzo. Un marzo pesante e lungo. Piovoso, noioso, dolo-ro-so. Pur sempre gioco-so. Carte che non danno soldi, dentisti, soldi, soldi, carte che non danno soldi. Ancora testate. Testate, scivolate... Ingoio pasticcone di antibiotico a orari più o meno relativi e...
Due nuovi bernoccoli urrà! Uno dietro. Non posso poggiare la testa al muro, per intenderci. E uno giusto in fronte. Per noi che nella vita non vogliamo passare inosservati. Mercoledì mi faccio devitalizzare questo maledetto dente. Alleluia!
Svegliatemi il primo aprile.

lunedì 8 marzo 2010

Testuggine

Punti sparsi e distanti su un enorme piano si uniscono
Punti che inizialmente con la classe di uno scacco cominciano a muoversi
Quadratino dopo quadratino avvicinandosi
Per poi appallottolarsi...

Orgia con la Dama!

Che strano!


I fili del telefono scottano
zzz

Alcune distanze si fanno percepibili
Altre sfumano
Prime televisive
Visioni nuove

Mi passo da una mano all’altra lo strano gomitolo.

Me lo butto giù.

Potrei buttare giù qualsiasi cosa, ultimamente.
Il pellame mi si è fatto liscio e resistente.
Tutto scorre amici

Benicio Del Toro si spegne le sigarette sulle braccia
E gli tagliano pure la scena!

Riesco ad anestetizzarmi
Pure senza la Ketamina

Desidero qualcosa che mi faccia esplodere il cuore.
E che mi stacchi il filo dell’anestetico
Che mi rende così.

Vorrei chiedere Scusa ma non ci riesco.
Dovrei chiedere scusa?
Per cosa esattamente, poi?
Vorrei che mi si accettasse così come sono
Sbagliata e con i miei silenzi
Per i tempi della quale ho bisogno
Per la mia poca sensibilità
Per il mio egoismo
Per tutto l’amore che posso dare
Lasciandomi fare
A modo mio.

To Drink Or Not To Drink

La magia
L’alcool
L’arietta fredda
Lo stomaco vuoto
La rabbia

A volte basta poco.

La doccia
Il contrasto dei colori
Lo sforzo di non scrostarmi

E niente.

A volte ci vuole davvero tanto

The Way Of The Gun

La sensazione è questa: una strada. Larga. Larga come quelle nei film americani. Come nel video dei Cardigans.
Tu sei sulla tua macchina. Fai molto rock’n roll e cazzo come corri!
Dettaglio non di poco conto: sei contro mano!

Sto di nuovo seguendo il mio percorso. Guardo avanti e trascuro il paesaggio. Io lo so di essere dalla parte sbagliata.

Manco l’ombra di una piazzola per svoltare. E per pisciare.

E poi, come cazzo si gira?
Non riesco a frenare!

Avrei frenato?

Curve Cerebrali

La Fantasia
Può diventare
È
Una forma
Di pazzia.

Mar(r)oni

Niente è vero.



Niente si mostra esattamente com’è.



I sottotitoli?



Sento odor di beffa.

C'er-ume

Certe cose non si possono spiegare.
Certe cose Io non riesco proprio a spiegarle.
Certe cose non mi va di spiegarle.

Certe cose non le so.
E non voglio saperle.

Certe cose non riesco a capirle.
E non voglio capirle.

È necessario, spesso, ignorarsi.

Lasciare che le cellule si muovano autonomamente.

Che ogni parte di te faccia il suo corso.

E se qualche pezzo te lo lasci per strada
Non temere

Un peso in meno!

venerdì 5 marzo 2010


La gente non alza gli occhi. A via dei Ramni mi divertivo a sedermi sul davanzale del mio consueto terzo piano sul mondo e a passarci le ore sperando di cogliere lo sguardo di qualcuno, di vedere qualcuno alzar gli occhi. In alto. Proprio in alto.
Veramente pochi.
Poi ho smesso.
Un’altra bottiglia di limoncello e sarei caduta giù. Proprio in giù.
Ho smesso anche con le bottiglie di limoncello.
Meglio bere un bicchiere alla volta.

4 di Matto

Comincio davvero a pensare che dovrei scrivere un libro. Sulle mie bizzarre (termine tanto caro a Pensiero) avventure. Potreste trovarmi tra tutti quei libri di merda di comici e presentatori.

Mi sono svegliata di colpo alle 9 sentendo la porta sbattersi. Santa Melania da Latina!


[E' appena entrata Melania nella mia camera
- Come sto? mi chiede
- Sembri una striscia pedonale!]


Non mi sono lavata. Perchè privarmi dell'odore di parmiggiano? Capello sudicio e abbigliamento alla meglio. Messaggio a Fulvia: fra mezz'ora sto là. Fuori il diluvio universale e all'angolo della strada una grande pozzanghera fangosa e accogliente per il mio culo.
Signorina, sta bene?
E' tutta sporca dietro...
Ma non mi dire!!
Ritorno indietro.

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Risalgo a casa. Mi tolgo il cappotto. Lo guardo. Andato. Lavanderia o monnezza. Già che ci sto mi lavo pure le mani zozze di fango. Mi cambio. Non ho vestiti puliti! Riscendo facendo attenzione a dove metto i piedi. Diluvio universale, fuori. Senza ombrello. Mo pure senza cappuccio. Una gentile ragazza guardandomi (dovevo fare veramente pena, comunque) mi offre mezzo ombrello sulla testa alla fermata del 492 (che non passa mai). Santa Ragazza da Napoli (me l'ha detto tra una goccia e l'altra)! Autobus pieno. Io giusto incollata alla porta che si apre e si chiude ogni dieci minuti dandomi delle mazzate eccezionali!Alle dieci e mezza ero a lavoro.

26 Febbraio ...puntini...puntini

Febbraio. Mese troppo corto. Sono riuscita a ingoiarlo tutto d’un boccone. Febbraio succoso.


Il tuo fegato è andato.
Dove?



Berlindo mi spiega come devo fare. Con FNM. Ha una zia scappata da Sora a 14 anni alla volta di New York per un concerto dei Pink Floyd. Zia giornalista che conosce tutta la gente che serve conoscere.

Ci rifletto. E penso che abbia ragione. Quando Berlindo si slaccia la cravatta, per la cronaca, mi fa ancora un certo effetto. Ma solo perché sono molto suscettibile. Sono veramente felice di averlo come amico. So che se sto davvero nella merda lui non si tirerebbe indietro. E la cosa più bella è che crede in me in una maniera che… bò. Non ho mai avuto nessuno che credesse davvero in me. Anche mia madre ha smesso. E Berlindo continua a dirmi di studiare, di scrivere, di scrivere e di credere in quello che voglio fare. E’ uno dei pochi che giornalmente legge la mia rassegna stampa. Come fai a non volergli bene?


Mi guardo intorno e mi rendo conto che la gente non è felice. Chi per un cazzo, chi per un altro.



Fulvia mi fa pensare in una maniera esagerata. Mi chiedo come cazzo faccio a farmi mettere ancora i piedi in testa. È in assoluto più infelice di me. Ha solo saputo costruirsi un proficuo matrimonio, tre figli e un lavoro che la fa sentire importante. Quanti mesi c’ho messo per descriverla chiaramente e brevemente? Troppi. La famosa storia dello scrivere e sancire, definire. A Fulvia voglio bene. E lei me ne vuole ma…



Io non riesco a tenere tra le mani gli oggetti. Sono imbranata nell’abbracciare la gente. Non so mai quale sia il momento giusto, cosa sia giusto dire e cosa no… mi stupisco e non so gestire rapporti troppo stretti e le dimostrazioni d’affetto. Finisco sempre per ferire le persone. Sono poco sensibile, forse. Preferisco che la gente non mi spalanchi tutto quel suo cuore in faccia. A volte pungo. Spesso mordo.
...


Alle quattro Francesca D.G. è arrivata sparata nel nostro ufficio con una bottiglia di Champagne. “Beviamo?”
Mi sono ritrovata a bere Champagne alle quattro di pomeriggio con Francesca, Sabrina, Stefania, Lorella, Arianna e Fulvia. Persone così diverse. Da cosa? Da chi? Perché?



E Giancarlo mi sveglia nel cuore della notte. Gli rifiuto la chiamata. Mi lascia (l’ormai consueto) messaggio in segreteria. Voce rauca, alcolica, stanca e cattiva e triste. Mi ricordo che sono figlia unica. E che lo sono sempre stata. Nessun fratello. Sorella di nessuno.

Non ci resta che scopare

Avevo dimenticato quanto mi piacesse l’ultima scena di Eyes Wide Shut. Una di quelle scene che vorrei stamparmi e distribuire all’occorrenza.

Domenica semi soleggiata. Ho dormito non so quante ore, di sicuro troppe. Mi giro intorno e mi rendo conto che dovrei buttarmi sotto la doccia, che oggi dovrei aprire un po’ la finestra perché c’è puzza di fumo. Dovrei rifare il letto. Ma metto Sunday Morning e non ci penso più.

Poi se proprio mi volessi impegnare potrei ricordarmi di sentirmi in colpa. Ma non mi va. Potrei pensare alla cazzata che mi ha detto ieri mia madre sulla storia della maschera che pesa. Lo so, mamma. Ma NON MI VA. Proprio non mi va. Cara mamma, ti voglio bene porcoddio ma non riesco più a starti dietro. I figli non si scelgono. Poteva capitarti di peggio, e ià!

Ho smesso con la storia della precisione che mi creo attorno. Era ora. Ed era perdere solo tempo. L’ordine che dovrei fare è altrove. Mi ci trovo bene. Fulvia mi ha fatto notare che dovrei tagliarmi i capelli e che dovrei regalarmi un paio di scarpe nuove. Tanto per rimanere in tema.

L’altra sera Drugo per un paio di volte mi ha ripetuto che sono pazza. E l’ha ribadito un altro paio di volte a gran voce davanti a Riccardo e Paul. Ieri sera ci ripensavo. Così, senza un perché. Me lo sono ripetuto nella testa. Chiedendomi, forse, solo perché mi avesse definita così. Lui che mi conosce così bene avrebbe potuto chiudermi in un qualsiasi altro termine, anche più preciso e corretto.

Sempre l’altra sera, Paul mi faceva notare che sono fortunata a fare il lavoro che faccio. “Mangi, bevi, ti diverti…” mi ha detto. In realtà non so bene come sia cominciato questo discorso, ed io mi ero un attimo persa non so dove. Ho sentito solo quest’ultima frase, e non so come, ho inquadrato immediatamente il discorso e gli ho risposto. Ha ragione.


[Laila ha appena vomitato sotto il mio letto-urge soccorso]


Tra i cd che mi ha lasciato Paul ci stavano pure i Nirvana. Me li sono copiati e me li sento. Mancavano i Nirvana a questi miei anni maggiorenni. Ora quella rabbia non la sento più. E finisco per ascoltarli con affetto.

Penso che oggi dovrei prendere una boccata d’aria. Ma penso anche che mi sento come una fogliolina. Eh? Eh, bò…mi sento troppo leggera e particolarmente sensibile agli stimoli esterni. Non ho alcuna voglia di indossare vestiti stretti, pesanti cappotti e scarpe. Suppongo ci sia gente che pure con il cappotto e gli scarponi e una cravatta cappio al collo possa muoversi con tanta libertà…

Seratina

Una manciata di panni buttati sulla sedia. Un letto scomposto e accogliente. E niente di meglio da fare. O da riuscire a fare, non lo so.
L’altro giorno su Nova ci stava a capo di un articolo una citazione. Lì per lì l’ho letta. Ho chiuso un po’ gli occhi. Per pensarci un attimo. L’ho riletta e… mi sono detta naaaaaa! La citazione in questione era del CEO di Google (ora come ora non mi viene il nome) e diceva che se c’è qualcosa, una nostra azione o qualcosa del genere che non riusciamo a dire agli altri è perché forse quella cosa non dovevamo farla. La cosa innanzitutto che mi ha stupita è che l’avesse detta lui. Non mi immagino il Signor Google che si fa discorsi troppo cerebrali nella testa. Ma comunque… Questo per dire, però, che oggi ad esempio vorrei raccontare tante di quelle cose ma non posso farlo. Quando scrivo è come se sancissi definitivamente un accordo. Se scrivo faccio chiarezza. Definisco e do una precisa forma a delle persone, a dei posti e a tutto il resto. E non sempre mi va. E’ decisamente meglio non prendere tutto troppo sul serio. E poi, forse, anche perché certe cose come diceva il tizio non andrebbero fatte. Ma qui ci impelaghiamo in discorsi troppo grandi, di cosa sia giusto e cosa sbagliato e tutto quel delirio che ne viene appresso. E non mi pare il caso.

“Seratina” è un racconto di Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio. Pagina 5 di “Gioventù Cannibale”. Siamo agli esordi. E questo è davvero uno strano racconto. Non ricordo esattamente tutti i dettagli. Sostanzialmente però la storia mi è chiara. Mi colpì molto.
Se vuoi fare “seratina” chiamami ho scritto ieri sera a Paul. Alle 4 e mezza del mattino mi sono resa conto del perfetto nesso con Ammaniti.

Ho passato una bella serata con Drugo. La nostra bellezza stranezza è che siamo maledettamente sfortunati entrambi. Sfortunati nel senso di scarognati. Quando proprio c’hai na nuvola bastarda sulla testa che non se ne va e non ti molla. E viviamo gli stessi drammi solo che in diverse varianti. Ultimamente pare che ce la passiamo bene. E ieri sera sono riuscita a renderlo felice. Lo so. E ho ascoltato la sua ennesima storia di merda. L’ho ascoltata e l’ho fatta mia. In due è sempre più facile portare grandi pesi.

Anche oggi mi sono svegliata e ho trovato tre fogli scritti di rosso incomprensibili e senza alcun senso. Anche stamattina sono andata a dormire con il cuore bollente ma con quella maledetta consapevolezza che questo mondo non ha senso. Tutto ha una fine. Si ok… pensa che palle vivere novemilaanni ma… Stamattina mi sono guardata attorno e c’era solo un grande caos. Bicchieri vuoti, i portacenere stracolmi eccetera eccetera. Fino a due ore prima mi sembrava di essere la padrona del mondo. Mi sembrava di avere in tasca tutto quello che mi serviva. E alla fine ti ritrovi solo con dei residui, i relitti, la scolatura, la posa… Ha senso?

giovedì 25 febbraio 2010

At the Fruit

Quanti hanno la (cattiva) abitudine di farsi una scorpacciata di frutta dopo aver (già) mangiato l'impossibile? Quando 'sei alla frutta' sei proprio al limite. Non sai se reggerti la panza, vomitare o es-cogitare una modalità meno puzzolente e rumorosa di espellere tutta la robaccia che hai buttato giù...
La giornata è iniziata male. Non so bene perchè. Forse perchè non ho dormito molto. Forse perchè mi sono svegliata, mi sono guardata allo specchio e mi stavo veramente sul cazzo. Forse perchè per tutta la strada ho continuato a guardarmi gli stivali sporchissimi e bucati.
Fulvia mi ha chiaramente detto che così non va... Quando me l'ha detto il mio piccolo cuore sgangherato ha cominciato a pompare pompare. "Fottuta!Sono fottuta!" ho continuato a ripetermi mille volte in soli dieci secondi. "Ma ti pare modo di venire a lavoro con questi capelli?!" mi dice subito dopo.

...

E' in momenti come questi che mi rendo conto di quanto sia educata, in realtà. Mi ha attaccato una pippa esagerata su cura di se stessi, vestiti e modi consoni all'ambiente lavorativo, l'inutilità di combattere il sistema...

AT THE FRUIT

Mi sono limitata ad ascoltare solo un paio di tutte le cazzate che mi ha detto. Ho aspettato che finisse la sua ennesima predica e altrettanto chiaramente le ho detto che questo genere di discorso con me non aveva senso affrontarlo e che ero davvero in procinto di incazzarmi. "E' già tanto che non vengo con le converse e mi lavo!" le ho detto.
Fulvia ha tentato di convincermi del fatto che chi non si adatta al cosiddetto sistema, pur mantenendo dentro di se le proprie ragioni, non è una persona intelligente.
"Hai letto Don Chisciotte?"
"No!Vaffanculo non l'ho letto!"
Il cazzo è che Fulvia ha ragione. E la storia dei mulini a vento la conosco bene. E' un mio nervo scoperto. Tutto già efficacemente testato. E' da quando ho cominciato a ragionare che ho tentato di scardinare equilibri ancestrali. Ancestrali, appunto. E non è stato semplice ammettermi che da sola non potevo fare un bel niente. E che se il mondo non ti piace non puoi certo cambiarlo. Ma non mi va di ascoltare prediche. E i capelli continuerò a legarmeli come cazzo mi piace!